Sono passati ormai più di dieci anni dall’uscita del primo volume di Lettere al direttore. Fu un grosso successo, ne parlarono tutti, furono scritte decine e decine di articoli su quotidiani e riviste. Dino Buzzati nella prefazione disse che non si era mai divertito tanto e al tempo stesso definì il libro una fonte inesauribile di fantasia e di candore. "Quasi ad ogni pagina"- sono sempre parole di Buzzati- "dopo poche righe, arriva una specie di colpo allo stomaco…..Battaglia ha saputo scegliere, fra tante lettere, petizioni, rapporti, confidenze, confessioni, un florilegio irresistibile, testimonianza rara della meravigliosa fantasia e poesia della vita". Riccardo Bacchelli scrisse che queste lettere fanno ridere, ma di un riso pensieroso; Alberto Bevilacqua, disse che il libro è il romanzo di un’Italia minore, ascoltata e sfruttata da un orecchio rossiniano; Luciano Bianciardi sottolineò che, se queste lettere sono autentiche, sono meravigliose e, se sono inventate, sono piccoli capolavori. Brani scritti senza falsi pudori o preoccupazioni sintattiche, situazioni assurde, confessioni sconcertanti, appelli patetici; un lessico liscio e scorrevole, una prosa a volte sgrammaticata e scarna; donne e uomini soli che sognano, soffrono, pensano; un’umanità inaspettata rimasta per tanti anni dietro la porta. Ormai la gente conosce Battaglia come "quello delle lettere", lo ferma per strada, gli ricorda questa o quella lettera che li ha fatti "ridere a crepapelle". Proprio tali persone hanno convinto Battaglia a pubblicare questo volume che raccoglie "le più belle lettere al direttore". |